Baladin, non solo la birra….

da Milano Beer Week

Birra Baladin ha inaugurato la sua nuova impresa con cinque giornate di festa. Birrificio nuovo, pronto a più che raddoppiare la produzione, aula didattica per gli studenti di Scienze Gastronomiche che aspirano a diventare birrai, antica cascina destinata a ospitare un mini mercato agricolo. Perché, in fondo, a Teo Musso non interessa solo fare birra….

Eccomi in pullman. Ancora una volta la destinazione è la stessa. Piozzo ovvero il santuario di San Teo Musso, sicuramente profeta ma certamente non martire. Che dire? Di Teo è stato praticamente detto tutto, c’è chi lo idolatra e chi non lo digerisce, chi lo tiene ad esempio e chi ha già deciso che tutto vuole essere tranne che un tipo come lui. Parole, parole, parole. La maggior parte delle quali profumate come può essere una friggitoria mai ispezionata dall’Asl. Anni fa, quando avevo ancora tutti i capelli (vabbé, non così tanti anni fa), gli ho detto che, tra le altre cose, lui per me era un po’ il Toni Negri della birra artigianale. Solo chi ha superato i quaranta credo ricordi chi fosse Toni Negri. Beh, senza uscire dal seminato, era colui che fu definito il “cattivo maestro”, l’ispiratore, più o meno alla lontana, del terrorismo rosso negli Anni Settanta. Anni peraltro favolosi, almeno musicalmente parlando rispetto ai successivi e agli attuali.
Per quale motivo mi fossi inerpicato in una tale definizione è presto detto. I giovani birrai della seconda e terza ondata guardavano a lui come un maestro, ma spesso, anche se non tutti, vedevano di lui solo la vernice e gli ornamenti. La sciarpa e gli anelli, il macchinone, gli incontri con tele-chef, la barca a vela capitanata da Soldini attraverso l’Atlantico, il riad in Marocco e la birreria a Manhattan. A guardarlo così insomma, ammettiamolo, a chiunque verrebbe in mente di mettersi a fare birra artigianale.
Ecco, Teo Musso cattivo maestro di una folta schiera di “terroristi” birrari. Cattivo maestro incolpevole, sia chiaro, perché lui mica ha obbligato nessuno a buttarsi in un settore che non è per niente facile, che accusa sovraffollamento, pressapochismo, faciloneria, banalità di slogan ripetuti fino alla nausea. Ovviamente accanto comunque a eccellenze formidabili, a creatività quasi geniale e a talenti che ti fanno venir voglia di dire che, birrariamente parlando, questa in Italia è davvero l’età dell’oro.

Ma basta con le ciance. Il pullman è arrivato a destinazione e la truppa scende. Beh, che dire, con il sole che picchia in testa a martellate violente si fa appena in tempo a ricordare i leggendari fermentatori con le cuffie (sui quali oggi si fa pure dell’ironia ma che hanno fruttato a San Teo almeno una cinquantina di articoli in tutto il mondo) e una foto di Matterino con gli stivali di gomma che traffica davanti a una caldaietta. L’età della pietra, rispetto a oggi. Pensi che il tempo è volato, e che lui è volato. Matterino non si vede, si vede Teo! (sì, con il punto esclamativo di default) che racconta e si racconta, che ripete la parola “follia” ogni tre per due, che manifesta un più che legittimo orgoglio, che corre però per primo a chiudere gli ombrelloni non appena s’intuisce che il tempo su questo angolo di Langhe dove c’è ancora chi si ostina a bere vino volge al brutto e che si commuove duro quando ricorda gli inizi e, forse dentro di sé, quando nessuno avrebbe scommesso una lira sul suo futuro.
C’è la cascina del ‘700 che è bellissima anche se non del tutto restaurata, ma di cui già ti immagini il risultato finale, c’è l’impianto nuovo di pacca e la scritta sul muro “il coraggio di essere italiani e indipendenti”, di cui pochi forse capiscono il significato connesso alle vicende più recenti, ci sono le botti vecchie e quelle nuove e un catino enorme di legno arrivato dal Giappone, dove si usa per la salsa di soia, e preludio di una nuova variante di Xyauyù. C’è ancora il gigantesco scatolone che altro non è che la tecnologica sala di rifermentazione, ma che invece di lasciarlo tristemente grigio Teo e i suoi hanno dipinto come un cartone da 12 bottiglie di Birra Baladin.
Perché Teo è attento ai dettagli. In modo maniacale. Lo è sempre stato. Ed è uno che ha sempre avuto il dono della visione. Non è mai stato l’unico a fare buona birra in Italia, né nel 1996 e nemmeno oggi, ma è sempre stato l’unico a vedere la birra come un modo di esprimere un mondo. Il suo interiore, sedotto dai viaggi, dagli incontri, dalla musica e chissà da quante altre cose ancora.
La sua vera forza è tutta qui. Ma è un “tutta qui” abbastanza grande da aver dato vita non semplicemente a un nuovo birrificio, ma a una vera e propria cittadella che contiene gran parte della “visione” del mondo che ha Teo. È il suo sogno che, infine, si realizza? Non credo, perché ogni volta che Teo mi ha fatto vedere qualche sua impresa realizzata (Casa Baladin, la cantina di affinamento, qualche locale Open) ho sempre pensato che il suo sogno si fosse realizzato. Ma, mentre prendevo qualche appunto per fissare le idee, lui continuava a sognare…
(M.M.)